Vera riforma fiscale al palo mentre tra i partiti dilaga la "voodoo economics"

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Novembre 2020

Si continua a parlare di riforma fiscale in modo confuso ed improprio. In via di principio, una riforma fiscale è un intervento organico del sistema vigente, disegnato a parità di gettito, con l'obiettivo di razionalizzare il sistema, semplificarlo, renderlo più efficiente, contrastare l'evasione, ecc. Una tale riforma può anche essere realizzata per gradi, ma devono essere chiari fin dall'inizio l'impianto, la tempistica e gli obiettivi economici e finanziari. Non è quello di cui si sta parlando. I partiti (più o meno tutti, salvo Leu) chiedono semplicemente la riduzione delle tasse, o di alcune di esse. La Confindustria chiede di abolire del tutto l'Irap e più in generale interventi a favore delle imprese, il sindacato sostiene la detassazione degli aumenti contrattuali, il Governo promette un intervento sull'Irpef, rinviato all'anno prossimo, che dovrebbe affiancarsi alla riforma degli assegni familiari e delle detrazioni per carichi di famiglia, e intanto fiscalizza i contributi sociali al sud. Siamo ben lontani da un disegno di riforma vero di cui pure ci sarebbe bisogno. Se si guarda con una qualche attenzione al dibattito in corso, non è difficile rendersi conto dell'esistenza di un diverso approccio culturale e politico al problema.

 
Confindustria, la destra politica e pezzi non trascurabili della maggioranza (tra cui buona parte dei 5S) ritengono che una riduzione sostanziale delle imposte stimolerebbe i consumi privati, farebbe aumentare il reddito, e quindi il gettito, e tutto si sistemerebbe. E' la visione sottostante alle ipotesi di flat tax di Salvini e co., basata sulla convinzione che solo una politica dell'offerta è in grado di rilanciare l'economia. Si tratta dell'approccio che Bush padre bollò come "voodoo economics" una trentina di anni fa, ma che continua a fare proseliti per il semplice motivo che garantisce pasti gratis a tutti.
 
L'approccio razionale nella situazione italiana attuale dovrebbe invece riconoscere: a) che il sistema tributario dovrebbe essere oggetto di una razionalizzazione di dimensioni non trascurabili, perché non sembra più idoneo a garantire il gettito in misura adeguata nel nuovo contesto economico e sociale; b) che dopo la fine della pandemia il bilancio pubblico risulterà gravato di un consistente aumento strutturale di spese permanenti per far fronte alle esigenze di sanità, istruzione, trasporti, assistenza, ecc., e che in buona misura si tratterà di spese correnti, sicchè la riduzione della pressione fiscale appare una richiesta improbabile, se non irresponsabile; c) che stando così le cose si dovrebbe smettere di tergiversare rispetto al contrasto all'evasione, come in realtà si continua a fare; d) che l'economia italiana soffre di una carenza di domanda da investimenti, e solo rilanciando in modo sistematico e continuativo gli investimenti pubblici si potrà cercare di rilanciare anche l'occupazione, i consumi privati e la crescita; e) che è inutile dare soldi alle imprese che nell'attuale situazione non investirebbero, anzi vanno ridotti gli incentivi che oggi consentono alle imprese di sopravvivere agevolmente senza rischiare investimenti volti alla modernizzazione. Dal canto suo, data la situazione descritta, il Governo fa quel che può, e cioè media e rinvia contribuendo ad accrescere la confusione.

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