L'eredità dello Split Payment

Aprile 2017

Il Consiglio dei ministri ha approvato il Def e la manovra di aggiustamento dei conti pubblici. Tra i provvedimenti figura il potenziamento dello Split Payment, misura proposta già nel 2014 dal Nens e ripresa solo in parte dal governo Renzi. Questo ulteriore passo in avanti è positivo, ma ancora insufficiente. Molto di più e di più utile si può fare, come si spiega in questo articolo. 

Con la legge di stabilità 2015 è stato modificato l’articolo 17-ter del Decreto del Presidente della Repubblica n. 633/1972, introducendo nel sistema IVA lo “split payment”.

Si tratta di un meccanismo di scissione dei pagamenti della Pubblica amministrazione in base al quale, per gli acquisti di beni e servizi, gli enti pubblici sono tenuti a effettuare il pagamento dell’IVA riportata in fattura direttamente all’erario, anziché ai fornitori, scindendo in sostanza il pagamento del corrispettivo richiesto da quello dell’imposta dovuta allo Stato.

L’obiettivo di questa norma è chiaramente quello di evitare che, per le cessioni effettuate nei confronti delle Amministrazioni pubbliche, l’IVA possa essere riscossa dai fornitori e poi trattenuta anziché versata allo Stato da quelli tra loro che evadono il fisco. 

Nel 2016 l’Agenzia delle entrate ha calcolato che le maggiori entrate del 2015 riconducibili alla norma in questione sono state pari a 2.189 mln di euro (cfr. “Con lo split payment cresce il gettito IVA”- A. Carfora, M. Marigliani, S. Pisani, A. Spingola – La Voce – 13 settembre 2016).

Si tratta evidentemente di un grosso risultato, superiore finanche alle più rosee aspettative. Quello che stupisce, però, è che ci si sia fermati lì, senza analizzare sino in fondo le implicazioni insite nel successo ottenuto.

Secondo l’Agenzia, l’IVA complessivamente versata nel 2015 dalle Amministrazioni pubbliche a titolo di “split payment” ammonta a 7.276 mln. Assunto quindi che tutta l’imposta dovuta sia stata effettivamente versata all’erario, questo significa che le maggiori entrate conseguite rappresentano il 30,1% (=2.189/7.276) dell’IVA teorica.

Tale percentuale dà di fatto una misura empirica dell’evasione attuata dai fornitori della PA, ed evidenzia una tendenza all’illegalità nel settore molto maggiore di quanto potesse essere ragionevole attendersi.

Il punto, purtroppo, è che lo ”split payment” non interviene in modo strutturale sull’evasione. Esso è solo un espediente “tecnico”, che, come si diceva, impedisce che l’IVA dovuta dalle Amministrazioni pubbliche possa materialmente restare nella disponibilità dei fornitori che decidono di evadere. Questo però non impedisce che l’evasione venga egualmente attuata, visto che nel concreto questa si realizza attraverso la mancata contabilizzazione dei ricavi, e che tale discrezionalità non è in alcun modo intaccata dal meccanismo dello “split payment”.

Conseguentemente, la norma introdotta, se pure rende l’evasione meno remunerativa, sottraendole l’IVA connessa, lascia inalterati tutti i vantaggi che ne derivano in termini di minori imposte sui redditi e di minore IRAP.

In altre parole, lo “split payment”, non interferendo con i meccanismi che determinano l’evasione, ai fini pratici, non può averla eliminata.

Questa considerazione avrebbe dovuto spingere l’Amministrazione finanziaria ad adottare immediatamente adeguati programmi di controllo, se non altro per le proporzioni del fenomeno e perché a essere coinvolta è una platea ristretta e ben conosciuta di contribuenti.

Nulla invece è stato sin qui fatto al riguardo.

Ma a quanto ammonta effettivamente l’evasione residua?

Una valutazione di massima può essere fatta a partire proprio dall’IVA recuperata nel 2015 con lo “split payment”. Dividendo infatti tale importo per l’aliquota mediamente applicata ai consumi e agli investimenti della PA, si può determinare la base imponibile ai fini IVA che in precedenza veniva evasa. D’altra parte, le operazioni rientranti nel computo di tale base sono, nella sostanza, le stesse che rilevano ai fini delle imposte sui redditi e dell’IRAP – fatti salvi, ovviamente, gli sfasamenti temporali tra IRPEF/IRES/IRAP e IVA dovuti alle diverse modalità di contabilizzazione (per cassa o competenza) – per cui l’imponibile sottratto ai fini dell’IVA si deve ragionevolmente considerare evaso anche ai fini delle altre imposte e da esso si può arrivare a stimare l’evasione che ancora viene attuata.

Veniamo quindi ai calcoli.

Sulla base delle analisi effettuate da NENS (cfr. “Considerazioni sull'applicazione dello "split payment" – NENS – febbraio 2017), si stima che le diverse aliquote applicate ai consumi e agli investimenti della PA sono mediamente pari al 16,3%, cosicché la base imponibile evasa ai fini dell’IVA risulterebbe pari a 13.429 mln di euro (=2.189/0,163). Applicando a tale importo le aliquote di IRPEF, IRES e IRAP, che, complessivamente, si possono considerare equivalenti a un’unica aliquota del 27,4%,[1] si arriva a stimare un’evasione residua pari a 3.675 mln di euro (=13.429*0,274).

Come si vede, si tratta di un importo ancora maggiore, quasi doppio, dell’’IVA recuperata grazie all’adozione dello “split payment”, per cui sarebbe doveroso che tale evasione venisse adeguatamente contrastata.

Un’iniziativa immediata potrebbe essere, ad esempio, quella di avviare un’attività mirata di controllo nei confronti dei fornitori della PA, a scopo soprattutto di deterrenza. Ma, in realtà, si può cercare d’intervenire in modo più efficace a livello legislativo.

Una prima idea in tal senso potrebbe essere quella di estendere a tutte le forniture di beni e servizi alla PA l’obbligo di ritenuta d’acconto oggi previsto dall’art. 25 del DPR n. 600/1973 per i soli compensi di lavoro autonomo. Si tratterebbe in pratica di allargare ai soggetti costituiti in forma d’impresa un adempimento amministrativo che tutte le Amministrazioni dello Stato e gli enti pubblici sono già tenuti a effettuare nei confronti dei lavoratori autonomi.

Una norma siffatta, non solo potrebbe sottrarre alla discrezionalità dell’autoliquidazione, e quindi all’evasione, una quota consistente delle imposte sui redditi dovute dai fornitori delle Pubbliche amministrazioni, ma risulterebbe pure di rapida e semplice attuazione.

L’effettivo recupero in termini di gettito, dipenderebbe poi dall’entità della ritenuta operata. A titolo esemplificativo, tenuto conto che quella sui compensi di lavoro autonomo è oggi pari al 20%, anche solo una ritenuta del 10% potrebbe generare fino a 1,3 mld di aumento del gettito (13.429*0,10). Se a questo si aggiungessero poi le maggiori entrate IVA ricavabili da un allargamento del campo di applicazione dello “split payment”, stimate da NENS in 1,4 mld di euro (cfr. “Considerazioni sull'applicazione dello "split payment" – NENS – febbraio 2017), si vede come l’eredità lasciataci da questo strumento consentirebbe da sola, e con relativa semplicità, di recuperare buona parte delle risorse necessarie per la correzione dei conti richiesta dalla Commissione europea.

Un secondo intervento potrebbe essere quello di modificare l’art. 21 del decreto legge 31 maggio 2016, n. 78, che prevede l’obbligo per i soggetti IVA di comunicare i dati delle fatture emesse e ricevute, per estendere tale obbligo alle Amministrazioni dello Stato e agli enti pubblici con riferimento alle fatture ricevute dai propri fornitori.

Si tratterebbe di un provvedimento complementare e non necessariamente alternativo al precedente perché, avendo un maggiore impatto sulle Amministrazioni pubbliche, richiederebbe verosimilmente tempi più lunghi e una certa gradualità di attuazione, prima di produrre a pieno i suoi effetti.

A regime, comunque, diventerebbe possibile effettuare controlli incrociati tra i dati comunicati dai fornitori e quelli delle Amministrazioni pubbliche e accertare quindi, in modo “automatico”, eventuali omissioni. A questo punto, la sostanziale ineluttabilità di un accertamento a posteriori, potrebbe spingere i fornitori della PA alla “compliance” e alla dichiarazione fedele dei ricavi realizzati, con il risultato di riuscire a stroncare, addirittura sul nascere, l’evasione delle imposte sui redditi e dell’IRAP e generare fino a 3,7 mld di aumento del gettito fiscale.

 

[1] La stima di un’aliquota equivalente per IRPEF, IRES e IRAP pari al 27,4%  è stata effettuata sulla base dei dati contenuti nel rapporto NENS 2014 “Misure di contrasto all’evasione fiscale – Una proposta di riforma del regime IVA”, tenendo conto della nuova aliquota IRES, che dal 2017 è passata dal 27,5% al 24% in base alla Legge di stabilità 2016.

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