
Sull’onda delle mai sopite polemiche sul fisco e della perennemente disattesa promessa di riforma tributaria, ha preso piede un dibattito che ruota su ipotesi di riduzione dell’Irpef da compensare con un aumento dell’Iva.
Una simile operazione – si afferma da diverse parti – consentirebbe di alleggerire il prelievo sui redditi da lavoro e ridurrebbe lo spazio utilizzato da molti per evadere le tasse. Per contro, un incremento dell’Iva, superato un effetto “scalino” una tantum sui prezzi (peraltro, in questa congiuntura, tutt’altro che riscaldati), potrebbe essere spalmato su una vastissima platea di merci con un impatto minimo sui contribuenti, anche considerando – secondo una convinzione diffusa – che le aliquote Iva in Italia sono più basse che altrove.
In realtà si tratta di un movimento di opinione che, come spesso accade (il caso più eclatante è la convinzione, ancora diffusissima, delle virtù taumaturgiche del cosiddetto “contrasto di interessi”), è alimentato più dal desiderio (comprensibile) di trovare soluzioni facili ad un problema molto sofferto, che da una seria analisi dei dati.
Analisi che fanno emergere in maniera evidente:
A questi temi Nens sta dedicando la sua attenzione. Proponiamo, in proposito, uno studio di Lelio Violetti che confronta analiticamente l’Iva italiana con quella di Francia, Spagna e Gran Bretagna e una analisi di Ruggero Paladini sull’effetto dello scambio Irpef-Iva sul potere d’acquisto delle diverse fasce di reddito. Segnaliamo anche un paper pubblicato nel sito dell’Università Bocconi da Giancarlo Arachi e Massimo D’Antoni che ne valuta l’efficacia antievasione.
Ruggero Paladini: “Meno Irpef, più Iva: uno scambio che penalizza i più poveri”
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