Riforma Irpef: nuove misure poco efficaci per correggere storture, a rimetterci sono i ceti medi

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Gennaio 2022

 

Dopo l’approvazione della legge di bilancio, si è svolta una discussione sugli effetti della riforma dell’Irpef sulla progressività dell’imposta. In molti hanno sostenuto che il fatto che anche i redditi sopra i 60-70.000 euro beneficino di uno sgravio di circa 300 euro è indice di una manovra regressiva. Ora, se si considera sia l’effetto della variazione delle aliquote che quello delle detrazioni, si può verificare che sia in termini assoluti che percentuali i guadagni crescono fino a 9.000 euro circa, poi si riducono e poi crescono rapidamente dopo i 25.000 euro raggiungendo un massimo intorno a 30-35.000 euro, per poi calare e diventare costanti dopo i 65.000 euro (a 300 euro circa). Se si misura il grado di progressività con gli indici statistici normalmente utilizzati, si può verificare una riduzione di progressività molto modesta, del tutto trascurabile. Ma il punto rilevante è un altro: non ha nessun senso confrontare l’Irpef 2022 con l’Irpef 2021. Il confronto andrebbe fatto tra la riforma 2022 e la struttura esistente prima degli interventi che hanno introdotto il bonus 80 euro, poi innalzato a 100, e il forfait per gli autonomi, disarticolando completamente la logica dell’imposta e introducendo scaglioni impliciti, aliquote marginali sistematicamente più elevate di quelle formali, aliquote marginali effettive decrescenti col reddito, ingiustificata disparità di trattamento tra percettori di redditi diversi a parità di reddito…. Se si tiene conto di tutti gli interventi, compreso l’ultimo, si vede che negli ultimi 10 anni, nonostante i disastri compiuti, la progressività dell’imposta (per quanto riguarda le aliquote) è aumentata in misura considerevole.
 
In sostanza la recente riforma era chiamata a correggere le storture precedenti, e riesce a farlo in modo limitato: scompaiono gli scaglioni impliciti, ma le aliquote marginali effettive sono superiori a quelle formali in misura rilevante; la penultima aliquota è superiore all’ultima (43,68 rispetto a 43 per un dipendente senza carichi di famiglia), le disparità di trattamento, a parità di reddito, delle diverse categorie di percettori rimangono accentuate e prive di giustificazione; i working poors sono ignorati; e non si compie nessun intervento sulla base imponibile, né sulle spese fiscali, né sull’intervento più scandaloso degli ultimi anni, vale a dire il forfait per la maggior parte dei lavoratori indipendenti. La riforma può quindi essere criticata da diversi punti di vista, ma non certo in base alla sua presunta regressività. Piuttosto, da questo punto di vista può essere interessante effettuare un confronto tra l’Irpef 1973, sicuramente molto progressiva essendo dotata di ben 32 scaglioni e di aliquote che variavano tra il 10 e il 72%, e l’Irpef 2022. I risultati dell’esercizio sono molto interessanti: a parità di condizioni, rivalutando scaglioni e detrazioni ai valori attuali, si vede che l’imposta del 1973 con la sua struttura molto più ripida, tassava di più i redditi più bassi, meno tutti i redditi intermedi, e considerevolmente di più quelli superiori ai 140-150.000 euro. Se vogliamo interpretare da un punto di vista politico-sociologico la struttura delle aliquote con pochi scaglioni che ha prevalso negli ultimi decenni, possiamo dire che essa esprime una alleanza tra “poveri” e ceti abbienti, una maggioranza “populista” rispetto alla maggioranza prima prevalente: quella “socialdemocratica” tra “poveri” e ceti medi. Prima la progressività era limitata in basso, ma elevata in alto, ora avviene il contrario, a spese dei ceti medi sui quali è stato scaricato un peso fiscale molto consistente che è andato a beneficio dei “poveri” e dei “ricchi”…Su questo forse dovrebbero riflettere sindacati e commentatori preoccupati delle diseguaglianze economiche.
 

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