Rapporto Colao: la logica perversa delle spese fiscali e dell'assistenzialismo senza logica

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Giugno 2020

Troppe proposte prevedono esenzioni, incentivi e agevolazioni fiscali

Il rapporto Colao, variamente commentato, mette insieme proposte variegate, di diversa ispirazione, alcune condivisibili altre meno. Tuttavia la caratteristica più rilevante che salta agli occhi è il fatto che un numero rilevante di proposte, soprattutto sulle imprese, prospetta agevolazioni fiscali, crediti d’ imposta, rinvii di tassazione, riduzioni di aliquote, esenzioni, ecc., secondo la stessa logica perversa che caratterizza ormai da anni l’azione di Governo e Parlamento, vittime e succubi delle richieste di ogni lobby e interesse particolare che si traducono nella proliferazione continua di nuove spese fiscali, il cui numero si avvicina ormai a quota 1000. Il sistema tributario diventa così occasione e pretesto per introdurre norme volte a derogarlo, di modo che esso è ormai un simulacro, a brandelli, di un sistema logico e coerente. Si riafferma così la tradizionale tendenza italiana all’assistenzialismo senza logica, criteri e priorità, all’istinto di rapina quando si tratta di gestione dei denari pubblici, e al consolidamento di una filosofia anti tasse che porterà prima o poi alla rovina le pubbliche finanze.
 
Oltre agli incentivi fiscali, esistono, in realtà, molteplici strumenti, istituzionali, organizzativi, finanziari, che potrebbero promuovere specifiche attività e comportamenti. Inoltre bisognerebbe chiedersi perché ogni e qualsiasi attività per prosperare necessiti nel nostro Paese di un sostegno pubblico attraverso una detassazione specifica, con buona pace di ogni logica di mercato e concorrenza, in spregio ad ogni principio di equità, dal momento che in ultima analisi qualcuno pagherà per quegli incentivi, e nel disinteresse assoluto degli equilibri della finanza pubblica. Negli anni ’80 del secolo scorso, quando ai tempi di Reagan si cominciò a parlare di riforma fiscale, si creò un’interessante convergenza politico-culturale tra economisti di destra e sinistra (liberisti e Keynesiani) sui principi generali delle riforme necessarie: imposizione omnicomprensiva, allargamento delle basi imponibili, riduzione delle aliquote. L’interesse prioritario dei liberisti era quello di farla finita con trattamenti discriminanti che alteravano i principi della concorrenza: bisognava quindi “livellare il campo di gioco”; per gli economisti progressisti pressante era invece l’esigenza di riaffermare principi di equità e parità di trattamento tra i contribuenti, tanto più che la stragrande maggioranza degli interventi di agevolazione fiscale hanno effetti fortemente regressivi. Queste posizioni sono poi state sconfitte nella prassi quotidiana di funzionamento dei sistemi democratici, ma probabilmente solo in Italia siamo giunti ai livelli grotteschi che la cronaca ci trasmette giorno dopo giorno.
 
Per questi motivi ritengo sia urgente affrontare il problema dell’uso discrezionale e strumentale del sistema fiscale al fine di limitare gli eccessi attuali e di contribuire a cambiare gradualmente la cultura corrente, intervenendo a livello costituzione, integrando l’art. 53, che contiene il principio di “equità verticale”, là dove recita che “il sistema tributario è informato a criteri di progressività”, aggiungendo l’altro principio che dovrebbe essere alla base di un buon sistema fiscale: quello di “equità orizzontale”, e cioè di parità di trattamento di contribuenti in condizioni analoghe, aggiungendo nel testo costituzionale la frase: “e di uniformità ed omogeneità del prelievo per contribuenti che si trovano nelle stesse condizioni economiche e personali”. In questo modo, forse, il sistematico assalto alla diligenza potrebbe essere ostacolato.
 

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