Minimum tax multinazionali: intervento limitato e moderato ma si è aperta una nuova fase

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Luglio 2021

È superfluo sottolineare l’importanza della riunione del G20 Economia in corso all’Arsenale di Venezia nella quale si affronterà il problema della tassazione delle grandi imprese multinazionali. Se ne parla da molti anni, ma solo l’accelerazione imposta della professoressa Yellen, segretaria al Tesoro, e dagli Stati Uniti ha sbloccato una situazione che procedeva tra mille difficoltà. Un accordo di massima sui principi è già stato raggiunto tra 130 Paesi su 139. Tra i 9 che resistono vi sono due Paesi europei, Irlanda e Ungheria, che in caso di mancata adesione subiranno specifiche ritorsioni. Dopo oltre un secolo, le regole della tassazione internazionale, basate tradizionalmente sul concetto di stabile organizzazione, vengono mutate e adeguate alla nuova realtà economica che vede le grandi società sempre più apolidi e capaci di realizzare valore e profitti anche da remoto, senza la necessità di una presenza fisica nei singoli Paesi. Le multinazionali, inoltre, sono in grado, all’interno del gruppo, di traferire a loro piacimento ricavi, costi e profitti da una società controllata ad un’altra, da una giurisdizione fiscale ad un’altra, fino a fare scomparire i profitti tassabili in qualche paradiso fiscale compiacente. Tutto ciò è andato avanti per decenni in nome della concorrenza fiscale e dell’ideologia liberista. Finalmente questo scandalo viene affrontato per quello che è: uno scandalo, appunto.

 
Il progetto si basa su alcuni principi: l’introduzione di un’ aliquota minima per l’imposta sulle società, non inferiore al 15%, e con molti Paesi che la vorrebbero più alta, al fine di limitare la concorrenza fiscale; la ripartizione di una quota dei profitti globali (il 20 %) tra i paesi nei quali vengono realizzati profitti anche in assenza (apparente) di attività produttiva, e questa rappresenta l’innovazione principale, mentre per il resto dovrebbero continuare ad applicarsi le regole tradizionali. Si discute su quale debba essere il limite di fatturato per le imprese coinvolte: per l’Ocse 750 milioni di dollari, per gli Usa 20 miliardi, il che significherebbe solo 100 gruppi, per lo più americani. È evidente che i dettagli saranno importanti, e che gli interessi non convergono completamente. Molte critiche sono state avanzate, e in effetti per molti aspetti si tratta di un intervento limitato e moderato. Ma non c’è dubbio che siamo di fronte ad un cambiamento rilevante, ad un modo diverso di vedere la fiscalità internazionale che avrà conseguenze per ora non prevedibili. L’Europa inoltre dovrà intervenire sui suoi gruppi ed estendere l’approccio Ocse anche alle società europee; rimane inoltre aperta la questione della web tax europea che gli americani non gradiscono. Ci sarà da discutere e da combattere, ma si è aperta una nuova fase.

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