L'Occidente e l’Italia nella morsa della trappola di Tucidide

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Novembre 2022

Il futuro dell’economia mondiale a medio termine sembra essere quello di maggiore inflazione e minore crescita, di catastrofi naturali e rinnovate pressioni migratorie che tenderanno a promuovere ulteriori spinte protezioniste e governi autoritari.In teoria tutti questi problemi potrebbero trovare soluzione in un contesto di razionalità e cooperazione, ma come la storia insegna, anche questa volta si sta andando nella direzione opposta.

La prima cosa che può essere interessante sottolineare è che negli ultimi 15 anni una situazione di crisi economica è stata più la regola che l’eccezione.

A partire dalla grande crisi finanziaria del 2006-2008 che causò il crollo dell’economia mondiale e una caduta del Pil italiano di oltre 5 punti. Ed è bene ricordare che quel livello di pil non è stato più recuperato. Siamo ancora al di sotto.

Poi abbiamo avuto una ripresa subito interrotta dalla crisi dei debiti sovrani in Europa, con un’ulteriore caduta del reddito in Italia dove l’impatto della crisi è stato molto più forte che negli altri Paesi, di altri 3 punti nel 2012. Di nuovo una ripresa stentata e poi la crisi causata dall’epidemia covid con un crollo del Pil di più di 19 punti nel 2020, una ripresa molto forte nel 2021, e ora di nuovo una prospettiva di recessione per l’anno prossimo.

In sostanza per le economie occidentali, e in particolare per quella del nostro Paese, 15 anni di stagnazione, crescita stentata, difficoltà occupazionali, opportunità ridotte che sono alla base dei problemi sociali degli ultimi anni, della regressione politica e sociale cui assistiamo e, più in generale, della crisi delle democrazie occidentali ormai evidente.

A partire dagli anni ’80 del secolo scorso, la distribuzione del reddito, soprattutto nei Paesi occidentali, si è fortemente sperequata: la quota dei redditi nazionali destinata al lavoro si è progressivamente ridotta di oltre 15 punti rispetto agli anni ’70 e ’80 del secolo scorso, passando dal 65-70% al circa il 50% attuale, mentre le diseguaglianze nei redditi personali, e soprattutto nei patrimoni, sono cresciute in modo impressionante, e in alcuni Paesi grottesco.

Eppure, gli ultimi decenni sono stati un periodo di grandi innovazioni tecnologiche, di enorme sviluppo della ricerca scientifica, gli anni della internalizzazione delle economie e delle imprese, delle liberalizzazioni, della globalizzazione, fenomeni che mentre hanno consentito lo sviluppo accelerato delle economie di Cina, India, ecc. consentendo l’uscita dalla povertà estrema di centinaia di milioni di persone, hanno anche avuto l’effetto di mettere in discussione nei nostri Paesi le conquiste economiche e lo status dei lavoratori, e del ceto medio, precarizzando il lavoro e riducendo drasticamente le prospettive di intere generazioni.

In questa situazione l’Italia si è distinta per le difficoltà di crescita e per un declino economico, sociale, culturale più pronunciato rispetto ad altri Paesi. Di fatto il nostro Paese non è stato in grado di riprendersi dal collasso del sistema politico degli anni ’90, che a sua volta fu soprattutto la conseguenza dell’enorme accumulo di debito pubblico verificatosi negli anni ’80 del secolo scorso, salendo dal 57% del Pil del 1980 al  120% del 1994.

I problemi del debito pubblico italiano che ancora ci affliggono derivano interamente da quel periodo. Il debito fu riportato sotto il 110 % (dal oltre il 120%) dai governi di centro sinistra del periodo 1996-2000 (Prodi 1m Dalema 1 e 2, Amato2), e poi di nuovo sotto il 100% da quello del 2006-08 (Prodi 2), ma il processo di stabilizzazione non è stato perseguito con la stessa decisione e consapevolezza dagli altri governi che si sono succeduti.

Le trasformazioni degli ultimi decenni hanno anche mutato gli equilibri geopolitici usciti dalla guerra fredda, con la perdita di peso ed influenza degli S.U. e l’affermazione della Cina, in un conflitto che ripropone oggi uno scenario da trappola di Tucidide con il rischio di conflitti economici, e militari.

È questo lo scenario che stiamo ora vivendo. Conflitti politici e sociali all’interno dei Paesi occidentali, conflitti geopolitici a livello globale.

Si tratta di uno scenario tutt’altro che tranquillizzante che è la causa di fondo della crisi attuale.

Crisi che recentemente si è manifestata innanzitutto nell’aumento dei prezzi (inflazione), fenomeno dimenticato da molto tempo, dato che negli ultimi anni il problema delle economie occidentali e in particolare di quelle europee era stato quello opposto: la deflazione contrastata dalle banche centrali con dosi massicce di aumento dell’offerta di moneta (quantitative easing, e altri interventi non ortodossi) che hanno inondato le economie di liquidità il che ha facilitato l’aumento dei prezzi odierno.

In sostanza la ripresa dopo i lockdown da covid è stata rapida e impetuosa in tutti i Paesi, mentre l’offerta di materie prime (energia ma non solo) e di semilavorati non era in grado di soddisfare la nuova domanda molto concentrata. Inoltre, dopo due anni di stasi economica da pandemia si sono manifestate specifiche strozzature nelle abituali catene produttive e distributive, che hanno anche esse contribuito ad una riduzione dell’offerta e quindi all’aumento dei prezzi. Solo successivamente si è aggiunta la crisi energetica che ha aumentato le difficoltà soprattutto in Europa.

Un contributo decisivo alla crisi attuale è stato fornito dalla politica di bilancio e monetaria degli SU che hanno operato interventi espansivi di dimensioni molto consistenti sia con Trump che con Biden: Trump aveva già aumentato la spesa pubblica di 900 miliardi di dollari (4% del PIL) nel 2020, e nel 2021 l’economia era in forte ripresa, e la disoccupazione in riduzione. In tale situazione l’amministrazione Biden ha varato una ulteriore manovra espansiva pari nel complesso a qualcosa come il 20% del Pil americano in più anni, tutto ciò nel contesto di un’economia già surriscaldata. Non potevano non esserci conseguenze inflazionistiche da eccesso di domanda sul livello dei prezzi, che in effetti erano aumentati in America all’8% già prima dell’inizio della guerra nel febbraio 2022.

Tale aumento dei prezzi ha cominciato a trasferirsi anche all’Europa date le dimensioni dell’economia americana, e a ciò si è poi aggiunta la guerra e la crisi energetica.

In sostanza l’inflazione americana e quella europea sono molto diverse: più endogena e da domanda quella USA, importata e da costi quella europea.

Tuttavia, la terapia che viene proposta è la stessa: l’aumento dei tassi di interesse deciso dalle banche centrali, prima la Fed e poi inevitabilmente la BCE, per contrastare l’evasione, e le prospettive sia in America che in Europa sono oggi quelle di una recessione che con politiche più attente e meno demagogiche si sarebbe potuta evitare o per lo meno contenere.

 La guerra e le sanzioni hanno dato il loro ulteriore contributo soprattutto in Europa in quanto esse comportano una contrazione dell’offerta, e quindi un aumento dei prezzi, il che impatta negativamente sulle economie riducendo la crescita o determinando una recessione. Lo stesso effetto ha avuto la crisi nelle forniture alimentari sempre dovuta alla guerra.  L’aumento dei tassi di interesse in America ha anche prodotto una rivalutazione del dollaro che ha l’effetto di aumentare l’inflazione in Europa e di mettere in crisi finanziaria le economie dei Paesi in via di sviluppo fortemente indebitati in dollari.

La linea di intervento corretta avrebbe dovuto essere una tempestiva stretta monetaria per abbattere le aspettative di inflazione compensata da un aumento di investimenti pubblici (non di spesa corrente) per compensare il rischio di recessione. E in ogni caso, almeno in Europa, più che di politiche di segno restrittivo, vi sarebbe la necessità di interventi specifici volti a compensare le carenze di offerta nei diversi settori di ciascun Paese.

Le prospettive per il futuro non sono incoraggianti. A livello globale le tensioni geopolitiche aumentano i rischi di guerra fredda (già in atto) e di guerre guerreggiate; ciò inevitabilmente porterà ad una regressione del processo di globalizzazione che necessita di un contesto di pace e di cooperazione economica tra Paesi e aree diverse del mondo: chiusure di stabilimenti americani in Cina e loro trasferimento in zone più sicure, ma anche con costi di produzione più alti, sono già in corso. Guerre commerciali, protezionismo, sanzioni, ecc. riducono i commerci e, abbassano la crescita, aumentano i prezzi, riducono l’occupazione. L’invecchiamento della popolazione (anche della Cina) aumenta i costi della finanza pubblica e riduce le forze di lavoro. I rischi di nuove pandemie sono tutt’altro che remoti. La transizione energetica è da un lato molto costosa, e dall’altro in grave ritardo. Lo sviluppo dell’intelligenza artificiale rischia di produrre la scomparsa di milioni di posti di lavoro. Il futuro dell’economia mondiale a medio termine sembra quindi essere quello di maggiore inflazione e minore crescita, di catastrofi naturali e rinnovate pressioni migratorie che tenderanno a promuovere ulteriori spinte protezioniste e governi autoritari.

In teoria tutti questi problemi potrebbero trovare soluzione in un contesto di razionalità e cooperazione, ma come la storia insegna, anche questa volta si sta andando nella direzione opposta.

In questo contesto le difficoltà  dell’Italia appaiono particolarmente rilevanti. Il nostro Paese non è ancora tornato ai livelli di reddito del 2007-08, le diseguaglianze sono aumentate. Le riforme latitano. Il 25% della popolazione è a rischio di povertà. I salari reali si sono ridotti del 3%. L’evasione fiscale è di massa e il nuovo governo sembra poco sensibile al problema. L’emigrazione dei giovani continua, e ad essa si aggiunge anche quella degli immigrati residenti. Il debito pubblico, in riduzione negli ultimi anni, rappresenta e continuerà a rappresentare un vincolo stringente per la finanza pubblica, anche se c’è qualcuno che si illude che si possa spendere senza rispettare alcun vincolo. La cooperazione europea procede con difficoltà ed incertezze in un contesto di nazionalismi risorgenti. Vi sono segnali positivi dal lato delle capacità del nostro sistema di medie imprese, ma le microimprese da noi prevalenti rappresentano un ostacolo all’innovazione, agli investimenti privati e alla crescita. In sostanza una situazione che desta non poche preoccupazioni. A breve termine una soluzione del conflitto in Ucraina potrebbe rappresentare un punto di svolta importante, ma rimarrebbero comunque in piedi molti altri problemi.

 

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