La finanza pubblica italiana ai tempi del Coronavirus: decrescita Pil tra -0,4 e - 1% nelle previsioni Nens 2020

Febbraio 2020

Carmelo Pierpaolo Parello*                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                             

 

Spinti dall’insorgere dell’emergenza del Coronavirus, recentemente molti istituti di previsione macroeconomica hanno aggiornato le proprie previsioni di crescita dell’economia italiana per il 2020 e fornito le prime stime preliminari in merito agli effetti negativi indotti dal virus sull’intero sistema produttivo italiano. Le previsioni stimano un rallentamento importante per l’Italia, con numeri che vanno dal pesante -1% stimato da Ref-Ricerche ai meno allarmanti -0,4 e -0,3% di CER e Prometeia.

Numeri a parte, resta il fatto che il cambiamento di segno della crescita reale italiana non è soltanto figlio dell’allargarsi ai quattro continenti del Coronavirus cinese, ma anche del dipanarsi su scala mondiale della fase di rallentamento dell’economia globale innescata dalla guerra dei dazi voluta dall’attuale presidenza Trump.

Prima dell’insorgere dell’emergenza del Coronavirus, infatti, il governo Conte prevedeva un tasso di crescita reale programmato dello 0,6 % per il 2020 e dell’1% per il 2021. Tale dato era stato recentemente rivisto al ribasso da quasi tutti i maggiori centri di previsione macroeconomica, tra cui l’UPB che aggiornava i numeri del governo allo 0,2% per il 2020 e allo 0,7% per il 2021. Inoltre, una revisione verso il basso dei deflatori aveva ulteriormente limato la crescita nominale dell’Italia portandola, sempre con riferimento al biennio 2020-21, dai 2 e 2,7% previsti dall’ultimo documento ufficiale rilasciato dal governo (il DPB 2020), ai più moderati 1,5 e 2,1 % ricostruibile in base agli ultimi aggiornamenti disponibili.

Tuttavia, una previsione contenitiva degli effetti del Coronavirus sulle stime di crescita per il I trimestre dell’anno, indicherebbe un’ulteriore contrazione del prodotto reale dell’Italia per ulteriori 3/10 di punto (-0,3%), e dunque una nuova brusca frenata per la dinamica di espansione dell’economia italiana. Ciò ha evidentemente conseguenze importanti sia sull’evoluzione della produzione e dell’occupazione del Nostro Paese, sia sulle future politiche di bilancio del governo; conseguenze la cui quantificazione esatta necessita di fissare quanto l’attuale stato di emergenza sanitaria tenderà a perdurare in Italia e all’estero.

Ipotizzando che l’emergenza cessi nel giro di un mese e che già a partire dal prossimo trimestre del 2020 l’economia italiana ritorni sul proprio tasso di espansione naturale dello 0,1% per trimestre, a fine 2020 la crescita reale potrebbe aggirarsi intorno al -0.4/-0.5%, mentre per il 2021 lo stesso dato potrebbe tornare positivo ma al di sotto del 1/2 punto percentuale (0,4% secondo i nostri calcoli). Se invece dovesse verificarsi un ulteriore prolungamento dell’emergenza fino alla metà della prossima primavera, allora non sarebbero affatto da escludere scenari in cui la decrescita del 2020 possa anche arrivare a sfiorare il punto percentuale come previsto dall’istituto Ref-Ricerche.

Inevitabilmente, ciò avrà anche ripercussioni sui saldi più importanti della finanza pubblica, dove, stando alle tabelle del DPB 2020, gli obiettivi del governo sarebbero quelli di confermare lo stesso rapporto debito-Pil del 2019 (-2,2%) per il 2020, per poi ridurlo di 0,4 punti per il 2021 (-1,8%). Alla luce delle nostre valutazioni riguardo la dinamica futura del Pil, le nostre previsioni sul futuro andamento del rapporto deficit-Pil sono le seguenti: -2,4/-2,5% per il 2020 e -2,0% per il 2021, cui segue un peggioramento degli indicatori di – rispettivamente - 2/3 e 2 decimi di punto di Pil. Alla formazione di queste cifre dovrebbero contribuire, da un lato, la crescita reale negativa prevista per il 2020, la quale, nel nostro esercizio, è stata valutata in -0,7%; dall’altro, il peggioramento dell’indebitamento netto in entrambi gli anni 2020 e 2021, dovuto sia al un calo del prelievo fiscale (minore Iva, accise sui carburanti, ecc.), sia ad una maggiore spesa per trasferimenti e interessi sul debito. In totale, queste variazioni di bilancio potrebbero ammontare a circa 4 miliardi di € per il 2020 e a poco più di 3,5 miliardi per il 2021.

Questi numeri farebbero quindi prefigurare una maggiore esigenza di risorse per il 2021; esigenza che, al netto di eventuali (e molto probabili) concessioni di margini di flessibilità da parte delle UE, potrebbe già aggirarsi intorno ai 25 miliardi di € per coprire i 20,1 miliardi necessari per abrogare le clausole di salvaguardia previste per il 2021, e i circa 5 miliardi necessari a far rientrare il rapporto deficit-Pil al di sotto della soglia dell’1,8% prevista dal DPB.

Ovviamente, il nostro esercizio è stato volutamente conservativo, in quanto al suo interno non considera l’eventualità che il quadro congiunturale mondiale possa, nel corso dei prossimi mesi, ulteriormente deteriorarsi fino a prospettare l’insorgere di una vera e propria recessione su scala globale. Laddove ciò dovesse accadere, allora parrebbe più che legittimo aspettarsi scenari in cui, pur di evitare l’avvio di una qualche procedura di infrazione, all’eliminazione totale delle clausole di salvaguardia possano essere preferite scelte diverse che considerino l’abrogazione solo parziale dei previsti aumenti di IVA e accise. Ciò sarebbe ovviamente un disastro dal punto di vista macroeconomico, ma cos’altro potrebbe fare un Paese incapace di metter mano a crescita e contenimento della spesa corrente?

 

* Associate Professor of Economics

Department of Economics and Law

Sapienza University of Rome

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