L’azione della Bce ha favorito la Germania: è tempo di correggere

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Maggio 2020

La sentenza dei giudici di Karlsruhe ha suscitato un ampio dibattito. Secondo alcuni da essa potrebbe persino derivare una maggiore consapevolezza della necessità di affiancare alla politica monetaria della Bce una politica fiscale comune. Me lo auguro, ma non mi sembra probabile. La posizione della Corte tedesca, infatti, esprime per il momento soprattutto un sentimento di nazionalismo tedesco e l’affermazione della necessaria supremazia del diritto e delle Istituzioni germaniche rispetto a quelle europee e degli altri Stati dell’Unione. Una visione molto diffusa in Germania, che, per quanto non lo si dica, è stata una motivazione profonda della Brexit: infatti, tutto poteva accettare il Regno Unito, salvo che un’Europa tedesca! I giudici “rossi“, inoltre, non sembrano essere molto consapevoli della “proporzionalità” necessaria nei rapporti tra diritto europeo e diritti nazionali, tra ruolo della Corte Costituzionale tedesca, ruolo della Corte del Lussemburgo, e ruolo delle Corti degli altri Paesi, anzi la ignorano. Per quanto riguarda l’analisi economica, la sentenza è ampiamente discutibile, come ha sottolineato tra gli altri Stefano Micossi su InPiù. Secondo la Corte, il QE della Bce, avrebbe favorito i disavanzi (pubblici e privati), le imprese decotte, e danneggiato i risparmiatori tedeschi e le imprese di assicurazione e quindi sarebbe venuta meno la “proporzionalità” degli interventi.

 
In verità le cose possono essere viste da una prospettiva diversa, anzi opposta. Il QE effettuato secondo la capital key, infatti, proprio perché in apparenza proporzionale, ha prodotto una svalutazione dell’euro che è andato a beneficio soprattutto delle esportazioni e del surplus commerciale tedeschi; ha ridotto i tassi di interesse di tutti i Paesi consentendo alla Germania di finanziarsi a tassi negativi, drenando risorse reali dagli altri Paesi e accumulando attivi sull’estero che hanno depresso la domanda interna della zona euro. Una “proporzionalità” formale quindi, ma con effetti distortivi reali. Per rispettare una proporzionalità economicamente sensata la Bce sarebbe dovuta intervenire acquistando i titoli dei Paesi con spread più elevati, e vendendo titoli tedeschi, olandesi, ecc. riportando così a convergenza i tassi della zona euro, e risolvendo al tempo stesso anche alcuni degli effetti negativi sul risparmio (privato) tedesco che le vengono imputati.
 
Sfortunatamente la Bce non era in grado di farlo, per l’opposizione che avrebbe incontrato. Tuttavia una tale politica sarebbe stata, ed è, pienamente coerente col suo mandato che, oltre alla stabilità dei prezzi, comprende anche, e a mio modo di vedere prioritariamente, il buon funzionamento del sistema dei pagamenti e del mercato monetario il che implica che in un mercato con un’unica moneta, il tasso di interesse sia ragionevolmente lo stesso per tutti gli agenti economici. Il fatto che questi argomenti non siano stati utilizzati nel dibattito corrente degli anni passati è, almeno in parte, sorprendente, anche se va compresa (e condivisa) la prudenza rispetto al rischio di fornire munizioni agli euroscettici e ai sovranisti. Ma ora i tempi sono maturi: la linea e la logica dei giudici di Karlsruhe, se non corrette, portano inesorabilmente al disfacimento dell’Ue. Se si vuole salvare l’Europa bisogna cominciare a discutere apertamente di assetti istituzionali diversi e più razionali.

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