Imposta di successione? Da riformare, meglio una patrimoniale annuale (Dal quotidiano Domani del 13-11-20)

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Novembre 2020

L’imposta di successione è molto antica: il primo ad introdurla fu Augusto con un’aliquota del 5% che si applicava ai lasciti a favore di persone diverse dalla moglie e dai figli del defunto (che erano esenti), lasciti che a Roma erano molto diffusi e che in certa misura rappresentavano un modo per redistribuire la ricchezza; l’imposta quindi poteva fornire un certo gettito, ma di fatto rappresentava anche un incentivo a mantenere il patrimonio in famiglia.  Più tardi Diocleziano, per ragioni di gettito, aumentò l’aliquota al 10% eliminando le esenzioni. Nel ‘600 l’imposta fu recuperata in Olanda (con esplicito riferimento ad Augusto) con l’esenzione del coniuge e dei figli, un’aliquota del 5% per i fratelli, aliquote che crescevano per i parenti meno prossimi e raggiungeva il 30% per gli stranieri. L’imposta olandese ispirò successivamente quella introdotta nel ‘700 in Inghilterra. In sostanza l’imposta non aveva finalità redistributive: si cercava anzi di tutelare i patrimoni familiari e di tassare gli estranei e i parenti lontani.

Vi sono state anche forme diverse di tassazione a causa di morte che colpivano l’intero patrimonio senza tener conto delle relazioni familiari come espressione di un presunto diritto prioritario della Stato sui patrimoni accumulati dai cittadini grazie alla protezione fornita dalla Stato stesso. Solo in tempi più recenti l’imposta ha iniziato ad essere prelevata anche a carico di mogli e figli, assumendo così una funzione redistributiva. E ovviamente l’imposta è considerata positivamente da coloro che sono meno sensibili alla tutela della proprietà privata o ne vogliono limitare gli effetti negativi, e avversata dai ricchi. L’imposta di successione diventa così una proposta fondamentale dei liberali radicali, a partire da Jeremy Bentham che non escludeva la possibilità di un’aliquota del 100%.

Secondo questo approccio non vi è ragione per cui un nipote imbecille di un nonno molto capace debba avere il diritto di vivere in modo opulento senza averlo meritato, considerazione di semplice buon senso, ma difficile da far accettare agli interessati. In molti Paesi, infatti, l’imposta è stata successivamente introdotta, modificata, soppressa, reintrodotta, con l’ovvia sistematica opposizione dei ceti abbienti.

La sua efficacia redistributiva è sempre stata molto ridotta, come dimostra il fatto che in Europa i discendenti di famiglie ricche e altolocate 5 o 600 anni fa, figurano ancora oggi nelle statistiche dei benestanti. La natura delle nostre economie e delle nostre società sembra non consentire a questa particolare imposta di funzionare adeguatamente. Quando viene introdotta in forme incisive, sistematicamente si creano di fatto o di diritto possibilità di elusione o di evasione, il dibattito e le polemiche si sviluppano, ma la sostanza non cambia.

Esistono inoltre molte difficoltà per l’accertamento che in concreto rendono molto difficile colpire i patrimoni più elevati. Perché l’imposta funzioni adeguatamente, si dovrebbero infatti colpire tutti i beni, gli immobili, le partecipazioni finanziarie, il denaro liquido, il valore delle assicurazioni possedute, i mobili, le opere d’arte, i gioielli, i natanti e gli aerei, il valore delle imprese non quotate valutate ai prezzi di mercato, i beni detenuti all’estero o nei paradisi fiscali. In tale situazione l’imposta rischia di diventare in pratica un prelievo discriminatorio sui ceti medi che possiedono una casa in città e una per le vacanze. Questa era peraltro la situazione in Italia una ventina di anni fa che rese possibile creare un consenso pressochè unanime per la sua sostanziale abolizione.

Per questi motivi personalmente non mi sento particolarmente propenso ad investire troppe energie riformatrici sull’imposta di successione; preferirei il ricorso ad un’imposta patrimoniale annuale che si aggiunga all’imposta sul reddito con una esenzione di base e con aliquote progressive variabili tra lo 0,1% e l’1-2% del patrimonio complessivo. Anche in questo caso vi sarebbero problemi di valutazione, ma l’imposta potrebbe raggiungere gradualmente un equilibrio accettabile.

Ciò non toglie che l’attuale imposta sulle successioni italiana meriti una rivisitazione e l’introduzione di aliquote progressive non simboliche per i patrimoni molto elevati. Al tempo stesso però andrebbero abolite o modificate le imposte ipotecarie e catastali che per la loro struttura continuano a penalizzare i patrimoni minori. Lo stesso può dirsi per le imposte di registro che colpiscono con aliquote elevate i trasferimenti inter vivos dei beni immobili.

In conclusione è utile e opportuno che una imposta di successione faccia parte di un buon sistema tributario. Personalmente la strutturerei in modo da incentivare i lasciti anche a favore di persone esterne al nucleo familiare ristretto, o a beneficio di enti o istituzioni (musei, ospedali, università, fondazioni). Infatti se l’obiettivo è l’eguaglianza e la redistribuzione del reddito essi possono essere conseguiti utilizzando anche strumenti diversi dalla tassazione.

 L’aumento intollerabile delle diseguaglianze è una delle caratteristiche più negative dei nostri tempi, figlia delle modalità di funzionamento delle economie che si sono affermate nei nostri Paesi a partire dagli anni ’80 del secolo scorso. Due anni fa con l’aiuto di alcuni colleghi, promossi la pubblicazione di un Manifesto contro le diseguaglianze (Laterza 2018), in cui venivano individuati 37 interventi o politiche che potrebbero correggere la situazione attuale. Buona parte di questi interventi riguardano politiche pre-distributive, anche se il sistema fiscale può giocare un ruolo (peraltro modesto, a differenza delle politiche di spesa pubblica). Ciò che è necessario per ridurre le diseguaglianze è riuscire a cambiare i meccanismi attuali di funzionamento delle nostre economie non diversamente da quanto accadde dopo la conclusione della seconda guerra mondiale.

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