Visco: "Sì al fisco umano ma la sinistra vince se combatte l'evasione"

Novembre 2017

Intervista a Vincenzo Visco a la Repubblica, di Marco Patucchi.

Cosa pensa del "Fisco amico", vero mantra di tutti i governi degli ultimi anni, non esclusi quelli di centrosinistra? Nella sua intervista a Repubblica anche il nuovo direttore dell'Agenzia delle Entrate, Ernesto Ruffini, rilancia il concetto...

«In realtà Ruffmi spiega, giustamente, che al massimo il Fisco può essere un parente sot- tolinea Vincenzo Visco che è stato ministro delle Finanze dal 1996 al 2000 con i governi Prodi e D'Alema, e ha guidato il Tesoro con l'esecutivo Amato del 2000-2001 . Detto questo, è sacrosanto che il Fisco sia al servizio del contribuente, evitando gli anusi. Ma se questo concetto si trasforma in strategia, anzi nell'unica strategia, allora diventa pericoloso. Ricordiamoci che stiamo parlando del rapporto tra Fisco e contribuente, dunque tra Stato e cittadini: massimo rispetto, ci mancherebbe, ma le leggi vanno osservate, pena una sanzione».

Non crede che semplificazione e moderazione fiscali siano altrettanto sacrosante? Cosa risponde al dilemma tutto italiano tra chi sostiene che si evade tanto perché le tasse sono troppe e troppo pesanti e chi, al contrario, ritiene che le tasse pesano tanto perché c'è troppa evasione fiscale?

«È il cane che si morde la coda. Comunque sono propenso alla seconda chiave di lettura: le tasse in Italia sono troppo alte, ma per chi le paga tutte».

Come dire che l'evasione è una tara sociale del Paese...

«C'è un brodo di coltura, una tradizione diffusa. Però il problema dell'evasione è politico, non banalmente tecnico. Se si volesse davvero risolvere, lo si risolverebbe. In cinque anni si potrebbero recuperare fino a cento miliardi e solo con modifiche legislative e normative. Guardi, il contesto dell'evasione è un po' lo stesso che c'è dietro alla questione creditizia, agli scandali delle banche popolari o cooperative: intrecci di interessi diffusi e interconnessi, con un loro peso rilevante sulla politica. In ballo ci sono i voti».

La politica, appunto. Ma perché la sinistra faticava nelle urne quando era il partito delle tasse e continua a faticare ora che è diventato il partito del Fisco amico?

«La sinistra perde perché non spiega che l'evasione vale l'8% del Pil, il 20% delle entrate fiscali, il 30% di quelle tributarie. Di questa evasione si sa tutto: chi la fa, in che territori, quali sono i settori più a rischio. Il problema si può affrontare. Volendo. È l'eterno dilemma tra destra e sinistra, tra liberisti e keynesiani, tra socialisti e conservatori. Le tasse vanno pagate da tutti e i più ricchi devono, in proporzione, pagare di più. Perché servono a finanziare sanità e istruzione universali, l'assistenza ai più poveri, ordine pubblico e infrastrutture. È il contratto sociale che ha garantito il benessere dal dopoguerra».

Ci sta dicendo che le elezioni non si vincono tagliando le tasse?

«L'unico modo per far calare le tasse è un recupero deciso dell'evasione. Tagliarle d'amblè non è possibile con conti pubblici come quelli italiani».

Crede possibile abolire in 5 anni la dichiarazione dei redditi come prefigura Ruffini?

«Nel 1998 affogavamo nella carta e quando introdussi il Fisco telematico, sembrava una cosa avveniristica. Eppure la riforma riuscì. Dunque tutto è possibile, ma serve coerenza e continuità dell'impegno. Secondo me si può arrivare addirittura all'abolizione della contabilità Iva, con un sistema che consenta l'arrivo dei 'lati delle fatture contemporaneamente a Fisco e aziende. Invece si procede a strappi e si fanno le cose a metà: l'estensione dell'obbligo di fatturazione elettronica a tutte le imprese, ad esempio, è destinato a faticare perché comporta trasformazioni strutturali troppo radicali nelle aziende. Il Pos obbligatorio è stato introdotto e tolto di continuo, senza peraltro prevedere sanzioni. Stesso discorso per il marchingegno inserito nelle macchinette dispensa-bevande».

E l'idea di combattere l'evasione anche con le campagne pubblicitarie?

«È utile se passa il messaggio che il gioco non vale la candela perché ci sono le sanzioni».

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