Bastano due aliquote al 4 e al 18,5% si eviterebbero 5 miliardi di evasione.

Giugno 2018

Nelle Considerazioni finali del 29 maggio scorso è contenuto il suggerimento di non avere «pregiudizi nei confronti dell'aumento delle imposte meno distorsive». Questa affermazione è stata interpretata, correttamente, come un'indicazione a favore di un intervento sull'Iva anche attivando le clausole di salvaguardia. Molti economisti concordano ignorando completamente il fatto che gli effetti di un aumento dell'Iva sarebbero regressivi, e che l'Iva è l'imposta più evasa dell'intero ordinamento tributario italiano, e che quindi un suo incremento aumenterebbe nel complesso le distorsioni esistenti anziché ridurle. Altri economisti hanno sostenuto che un aumento dell'Iva sarebbe comunque preferibile rispetto all'alternativa di ulteriori tagli alla spesa pubblica sia da un punto di vista distributivo che in relazione ai suoi effetti macroeconomici che sarebbero in concreto quasi trascurabili. Con l'attuazione della clausola di salvaguardia relativa all'Iva le aliquote sarebbero tre:4%, 11,5% e 24,2%. Il gettito atteso sarebbe di 12,5 miliardi. Tuttavia l'incremento delle aliquote, soprattutto di quella ordinaria al 24,2% comporterebbe un aumento dell'evasione dell'imposta che può essere valutato in circa 5 miliardi, il che significa che il carico dell'imposta dovrebbe crescere non solo per garantire il gettito desiderato, ma anche per compensare questa perdita di gettito. In realtà il gettito desiderato potrebbe essere ottenuto in modo molto meno invasivo e distorsivo ristrutturando le aliquote dell'imposta in modo da ridurre in misura consistente l'evasione attuale. Le modalità di evasione dell'imposta sono molteplici: mancata fatturazione, mancata dichiarazione di costi e/o ricavi fatturati, ricorso a fatture false..., ma un altro meccanismo ampiamente usato consiste nell'uso strumentale del ventaglio delle aliquote esistenti, dichiarando preferibilmente le vendite soggette alle aliquote ridotte, e gli acquisti ad aliquota ordinaria. L'esistenza di tale arbitraggio è evidente se si confronta l'evasione della base imponibile con quella dell'imposta. Se si confronta l'imponibile complessivo assoggettabile all'Iva in base ai dati della contabilità nazionale con quello effettivamente dichiarato, si nota che quest'ultimo è inferiore al primo di circa il 25% (oltre 200 miliardi). Ma se si compie la stessa operazione in relazione al gettito dell'imposta, si verifica che l'evasione dell'imposta è molto più elevata: poco meno del 30%, si tratta di un ammontare complessivo di 7-8 miliardi che scomparirebbero se l'aliquota Iva fosse una sola. Infatti in presenza di una sola aliquota, la possiblità di arbitraggio verrebbe meno, e quindi scomparirebbe questa particolare forma di evasione che diventerebbe impossibile, e lo stesso gettito attuale potrebbe essere garantito da un'aliquota inferiore al 16%.
In tale contesto con un'aliquota unica intorno al 16,5% sarebbe possibile ottenere il gettito necessario per l'eliminazione della clausola di salvaguardia essenzialmente a carico dell'evasione e in misura limitata a carico dei consumatori. Questo sì sarebbe un intervento "non distorsivo". Tuttavia tale soluzione sarebbe politicamente di difficile attuazione, soprattutto in relazione all'aumento dell'aliquota del 4% che si applica oggi al 95% dei beni aliMentari, all'acquisto di abitazioni, alle prestazioni sanitarie e all'editoria. In conseguenza sarebbe utile adottare una soluzione intermedia mantenendo l'aliquota del 4% che continuerebbe ad applicarsi come adesso, e unificando le restanti aliquote ad un livello prossimo al 18,5% che assicurerebbe il gettito necessario finanziato, anche in questocaso, per una quota rilevante da una riduzione dell'evasione da arbitraggio. Le cifre indicate possono esser non del tutto esatte, ma i dati a disposizione dell'amministrazione consentirebbero di verificarle e soprattutto di quantificarle con ragionevole precisione. Gli effetti dell'operazione non sarebbero nel complesso regressivi, grazie alla consistente riduzione dell'incidenza sui beni ad aliquota ordinaria e al mantenimento dell'aliquota del 4%; l'impatto macroeconomico sarebbe trascurabile, e non vi dovrebbe essere un particolare impatto sui prezzi. Naturalmente coloro che ritengono utile utilizzare l'aumento delle aliquote a fini di riduzione del consumo dei beni importati resterebbero delusi. Ma il punto importante è che le clausole di salvaguardia potrebbero essere assorbite in modo non traumatico.

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