Sulle origini della Sinistra

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Settembre 2017

Pubblicato sull'ultimo numero ella rivista Italianieuropei.

Dopo aver subito gli effetti della rivincita della destra, che a partire dagli anni Ottanta del Novecento ha saputo imporre un paradigma economico incentrato sul rilancio del mercato, sul valore etico del pro­fitto, sull’individualismo e sulla contestazione dell’assistenzialismo, la sinistra deve ora recuperare identità e valori smarriti e riacquistare la propria autonomia culturale e politica. Non è un caso che a sinistra sia in atto un processo di riorganizzazione e riflessione sui fondamen­tali. In Italia, in particolare, essa andrà ricostruita dalle basi, con pazienza e determinazione, riscoprendo quanto di buono deriva dal passato ma tenendo presenti le esigenze che la nuova realtà economica e sociale pone in evidenza, a partire dal drammatico aumento delle diseguaglianze e dalla cronica mancanza di lavoro.

Che la sinistra tradizionale sia in crisi è evidente, così come è eviden­te la disarticolazione degli assetti politici tradizionali in molti paesi con l’emergere di nuovi raggruppamenti che contestano in modo radicale la struttura di potere tradizionale. In alcuni casi si tratta di forze nuove, in altre dell’affermazione, all’interno dei partiti tradizio­nali, di posizioni radicali e oltranziste.

Non pochi osservatori hanno affermato che la situazione attuale è molto simile a quella degli anni Trenta del secolo scorso, che portò all’affermazione del fascismo in Europa e alla seconda guerra mondiale. A cavallo tra Ottocento e Novecento e dopo la prima guerra mondiale il mondo sperimentò la prima globalizzazione economica e finanziaria di dimensioni paragonabili, se non superiori, a quella de­gli ultimi decenni. Prima il colonialismo e poi l’espansione dei mer­cati commerciali e finanziari provocarono la crescita dei commerci, l’integrazione delle economie, la riduzione dei costi di trasporto, imponenti fenomeni migratori, il tutto nel contesto di un capitali­smo liberista che si espandeva senza ostacoli in un clima di fiducia e di ottimismo. Sfortunatamente il sistema collassò improvvisamen­te nella crisi del 1929 e nella depressione successiva, in gran parte dovuta a politiche di austerità inopportune. La fiducia nel sistema crollò e la politica si indirizzò verso nuove vie: Roosevelt in America, il comunismo in Russia, il fascismo in Europa. Il collasso improv­viso di equilibri tradizionali consolidati non poteva che provocare conseguenze sociali e politiche dirompenti. Le somiglianze con la situazione attuale sono in verità notevoli, anche se per il momento non sembra prevedibile un crollo generalizzato degli assetti politici tradizionali, anche perché le alternative non appaiono sufficiente­mente credibili.

Dopo la seconda guerra mondiale le politiche economiche seguite in Occidente furono molto diverse da quelle del periodo precedente. La necessità di compensare le popolazioni per i sacrifici subiti duran­te la guerra, le esigenze della ricostruzione, la presenza incombente dell’Unione Sovietica come modello alternativo, l’attrattività della ideologia socialista, il ricordo della grande depressione, l’influenza delle idee keynesiane e l’eredità di Roosevelt contribuirono a creare una società in cui gli spiriti animali del capitalismo venivano imbri­gliati e indirizzati verso l’interesse collettivo. Ebbe così inizio una nuova fase di integrazione economica, commerciale e finanziaria che pose fine alle politiche autarchiche precedenti, una nuova globaliz­zazione che ha interessato tutti i paesi occidentali, ma in un contesto programmato e controllato che fece sì che il processo si svolgesse non solo senza traumi, ma anzi con risultati positivi per tutti.

Le nuove regole facevano coesistere l’integrazione delle economie con i cambi fissi, il controllo dei movimenti di capitale, la regola­zione stretta della finanza, la segmentazione del sistema bancario e l’erogazione del credito per grandi flussi, le imprese pubbliche, la regolamentazione di pressoché tutti i mercati (credito e assicurazio­ni, trasporti, porti e aeroporti, telefoni, poste e telecomunicazioni, radio e televisione ecc.). I governi si pongono l’obiettivo della piena occupazione e lo realizzano, le diseguaglianze vengono contenute e combattute, lo sviluppo delle classi medie cambia il mercato e la struttura dei consumi, i sindacati vengono riconosciuti come partner nella gestione dell’economia, la politica è forte e indirizza l’economia senza subirne il condizionamento.

I trenta anni “gloriosi” sono gli anni della socialdemocrazia, gli anni della sinistra, in cui essa poteva celebrare la sua vittoria avendo di fat­to ottenuto tutto quello per cui si era battuta per oltre un secolo. Ma come spesso accade, l’ebbrezza del successo porta alla sconfitta suc­cessiva: eccessi nelle politiche di bilancio e nelle regolazioni, rigidità eccessive, burocratizzazione, politiche salariali irragionevoli, la negazione di qualsivoglia “regola” di funzionamento dell’e­conomia o di vincolo di bilancio, che a volte sfociava nell’arbitrio puro e semplice. L’evidente fallimento dei paesi del blocco sovietico comple­tava il quadro.

È da questa situazione che nasce la rivincita della destra, con la riproposizione della ragione rispet­to alle stravaganze in economia, il rilancio del mercato, del valore etico del profitto, dell’indivi­dualismo, della responsabilità individuale, e la contestazione dell’as­sistenzialismo. E si tratta di una rivincita soprattutto culturale, che si traduce in una nuova egemonia in molti campi e soprattutto in campo economico. La rivoluzione culturale si trasforma in rivoluzio­ne politica grazie alle riforme di Reagan e della Thatcher, che di fatto demoliscono gli assetti istituzionali costruiti nei trenta anni prece­denti, indicando una nuova via allo sviluppo delle economie basata su paradigmi coerenti con la supremazia dei mercati e gli interessi della nuova globalizzazione. Il crollo del blocco sovietico elimina ogni residuo elemento di resistenza e preconizza la “fine della storia”.

In questa situazione la sinistra smarrisce la sua identità, e non solo espia le sue colpe, ma perde la sua autonomia culturale; il progresso e il cambiamento vengono ormai identificati con la cultura liberale e spesso con le posizioni liberiste. Le tradizionali idee socialiste ven­gono considerate obsolete ed espunte dal dibattito politico e dagli stessi programmi della sinistra, che sposta la sua attenzione su un nuovo terreno di contrapposizione della destra, quella dei diritti ci­vili che consente l’acquisizione del consenso dei ceti medi istruiti e “riflessivi”, perdendo tuttavia il contatto con la propria base sociale di riferimento, che si sente e viene abbandonata a se stessa e cerca altri canali di rappresentanza. La sinistra, invece, cerca una sua nuova legittimazione presso le élite per dimostrare la sua idoneità a governare la nuova fase dello sviluppo liberista. I dirigenti della sinistra acquisiscono gradualmente, ma sempre di più, abitudini, frequenta­zioni e valori in contrasto con la tradizione di sobrietà del passato, e quindi perdono legittimità nei confronti del loro popolo. I leader più influenti tendono a monetizzare la loro esperienza “vendendo­si” sul mercato delle consulenze e delle conferenze. Insomma, una completa perdita di autonomia politica e culturale. La sinistra assiste inconsapevole o disattenta all’enorme aumento delle diseguaglianze senza neanche rendersi conto del fatto che esso è il prodotto inevitabile del capitalismo liberista che si è affermato nel mondo e che è del tutto in­sensibile (per usare un eufemismo) ai diritti dei lavoratori o alle loro condizioni di vita.

La grande crisi del 2007-08 non viene compresa e interpretata come esito inevitabile dei mecca­nismi economici messi in atto, identici peraltro a quelli che, nel secolo scorso, potarono alla crisi del Ventinove, e non ne traggono le dovute con­seguenze e insegnamenti, al contrario.

Queste sono le origini della crisi della sinistra. Si tratta ora di recuperare identità e valori perduti o smarriti, riacquistando una propria autono­mia culturale e politica. Il ritardo nel prende­re atto della situazione fa sì che il consenso si sposti verso la nuova destra, a favore di partiti e movimenti che predicano sovranismo, isolazionismo, neo-protezio­nismo, e che al di là della protesta, dell’ignoranza e delle strumenta­lizzazioni, danno l’impressione di occuparsi dei problemi della gente comune.

Non è un caso quindi che a sinistra sia in atto un processo di ri­organizzazione e di riflessione sui fondamentali. Ci vorrà tempo e bisognerà superare l’inerzia di posizioni governative per principio e quindi acquiescenti per principio.

In ogni paese la situazione dei partiti di sinistra presenta caratteri­stiche diverse. Quella italiana è peculiare. Dopo la scomparsa del Partito Socialista, la responsabilità di rappresentare le istanze e la tradizione della sinistra italiana spettò agli ex comunisti, che in effetti avevano svolto un ruolo molto simile a quello delle socialdemocra­zie europee. Tuttavia, il PDS nasceva su un equivoco non risolto: il cambio di nome non fu il risultato di un dibattito in cui erano state affrontate in modo esplicito, e superate, le differenze e le divergen­ze tradizionali con il mondo del socialismo europeo, e fatti i conti con la tradizione comunista e con il suo fallimento; al contrario, il problema venne eluso scontando una scissione che poteva (forse) essere evitata, per ragioni politiche legate ai pessimi rapporti col PSI, spostato da Craxi su posizioni sempre più moderate, e anche perché si riteneva necessario, nei fatti ma senza teorizzarlo e tematizzarlo, il recupero di una cultura più liberale. Ne vennero fuori un progetto incompiuto e confuso e il blocco di ogni discussione ideologica e di prospettiva, pur avendo colto prima degli altri partiti europei la necessità di una evoluzione della cultura tradizionale.

Anche la nascita del PD soffrì dello stesso limite. L’idea di riunificare e mettere insieme le diverse tradizioni della sinistra italiana (sociali­sta, comunista, cattolica, azionista) separate dalla guerra fredda era giusta, ma per avere successo avrebbe richiesto alcuni anni di dibat­titi e convegni preparatori in grado di portare a sintesi le differenze culturali e politiche ancora esistenti. Un convinto antiberlusconismo non era infatti sufficiente a giustificare l’operazione; anzi, per anni aveva rappresentato un alibi per le diversità di punti di vista esistenti. Questo non fu fatto, e l’operazione nacque difettosa e in qualche mi­sura mutilata e destinata al fallimento che si è poi consumato con la recente scissione che ha certificato di fatto l’incapacità di coesistenza degli ex democristiani con gli ex comunisti, e l’aspirazione di Renzi di cancellare una parte rilevante della tradizione e dei valori della sinistra italiana in cui egli non si riconosce e che non accetta, a costo di disarticolare il suo stesso partito.

Nel nostro paese, quindi, la sinistra andrà ricostruita dalle fondamen­ta, con pazienza e determinazione, recuperando quanto di buono deriva dal passato (anche in termini di gruppi dirigenti), ma tenendo presenti le esigenze che la nuova realtà economica e sociale pone in evidenza. Anche questo processo dovrebbe basarsi su un’analisi criti­ca e autocritica esplicita.

Più in generale, nei prossimi anni la sinistra in Europa e nel mondo dovrà fare i conti con il rischio dell’affermazione di partiti e posizioni di destra radicale che cercano e cercheranno di riassorbire lo sconten­to popolare all’interno di una linea in grado di conciliare liberismo e capitalismo a livello nazionale o dell’insieme dei paesi occidentali, con posizioni nazionaliste, identitarie e, soprattutto, protezioniste, con la limitazione dei diritti di libertà interni e una aggressività peri­colosa verso l’esterno. Questo peraltro è il modello Trump, ma anche quello di Erdogan, Orban ecc., che per il momento non sembra ri­uscire a prevalere soprattutto perché il capitalismo attuale non pare (ancora) disposto a rinunciare alla globalizzazione e ai suoi vantaggi, ma che resta sullo sfondo della politica mondiale. Ad esempio, gli equilibri possono cambiare rapidamente se il continuo sviluppo di Cina, India ecc. verrà percepito e considerato come un pericolo dagli Stati Uniti e dalle sue classi dirigenti.

Occorre quindi affrontare la nuova fase concentrandosi su al­cune questioni di fondo che possono essere in grado di rispon­dere alle esigenze dei ceti popolari e di esplicitare la contrapposi­zione nei confronti degli interessi dei ceti abbienti e dominanti.

L’aumento delle diseguaglianze economiche ne­gli ultimi trenta anni è uno dei problemi econo­mici e sociali principali del capitalismo liberista contemporaneo. Il liberismo e la globalizzazione senza regole hanno prodotto un fortissimo au­mento della concentrazione del reddito e della ricchezza ben evidenziato dagli studi di Piketty, Stiglitz e altri, e una inedita polarizzazione tra una minoranza di ricchissimi e una maggioranza di cittadini sempre più poveri. Le classi medie sono state penalizzate e tendono a scomparire. Negli ultimi trenta anni sono cambiati i rap­porti tra capitale e lavoro, con l’indebolimento dei sindacati, la delocalizzazione delle imprese e la finanziarizzazione dell’economia. Un’oligarchia manageriale si è imposta nel controllo delle imprese aumentando in maniera incre­dibile e ingiustificata i propri compensi di modo che il rapporto tra remunerazioni dei dirigenti e salario medio nelle aziende è passato da 30 a 1 negli anni Settanta e Ottanta, a 350-400 a 1 di oggi. La logica liberista e l’individualismo che la caratterizza hanno portato alla sempre più estesa individualizzazione dei rapporti di lavoro e all’eliminazione o ridimensionamento di strumenti e meccanismi di contenimento, quali i contratti nazionali di categoria e altre misure perequative. Il processo è andato avanti in nome di una presunta meritocrazia, mentre in realtà la mobilità sociale ha rallentato fino a bloccarsi. Questa situazione va denunciata e contestata incessan­temente perché è alla base del malessere politico attuale in tutto il mondo. Le sue cause vanno individuate e rimosse. Nessuna società democratica può reggere a lungo in una situazione in cui un ristretto gruppo di privilegiati si appropria di una quota crescente delle risorse mentre gli altri vedono peggiorare sistematicamente il loro tenore di vita. Bisogna rifiutare e demistificare l’imbroglio di chi se la prende con le retribuzioni dei politici o con le pensioni retributive: la questione è mol­to più seria e ha a che vedere con la continua ri­duzione della quota di valore aggiunto che spetta ai salari rispetto a profitti, rendite, royalties ecc.

Il problema del lavoro è l’altra questione fonda­mentale del nostro tempo. La disoccupazione permane molto elevata in Europa e soprattutto nei paesi mediterranei e in Italia. La disoccupa­zione giovanile è insopportabilmente alta. Anche nei paesi in cui essa appare minore, ciò è spesso collegato all’esistenza di attività precarie e sotto retribuite (come i minijob tedeschi). In tutti i paesi le retribuzioni sono rimaste stagnanti ai livelli reali di alcuni decenni fa e non han­no beneficiato della crescita della produttività intervenuta. I tassi di attività si sono ridotti. Le retribuzioni femminili rimangono inferio­ri a quelle degli uomini. Nei paesi di più antica industrializzazione i lavoratori dipendenti hanno subito, senza difese, la concorrenza diretta degli occupati dei paesi di nuova industrializzazione portata dalla globalizzazione. Tutto ciò nel contesto di una radicale trasfor­mazione tecnologica guidata dall’intreccio della digitalizzazione e dell’automazione che sta investendo tutti i campi dell’economia: la produzione, il consumo, i trasporti, le comunicazioni. La radicalità dei cambiamenti in atto e i primi effetti riscontrabili sulla quantità e qualità del lavoro sono preoccupanti. In base ad alcune stime ef­fettuate per gli Stati Uniti risulta che circa il 47% dell’occupazione nordamericana sarebbe esposta al rischio di sostituzione da parte del­le macchine. Anche attività ritenute al riparo dal cambiamento tec­nologico, come i servizi alle imprese, la sanità, l’istruzione, i trasporti risultano oggi a rischio. La diffusione delle tecnologie digitali nella gestione delle relazioni lavorative potrebbe determinare un’accentua­zione della frammentazione del lavoro e della sua dequalificazione. Il prevalere di un circolo vizioso innovazione-distruzione di posti di lavoro, oppure virtuoso, innovazione-crescita, dipende anche dalle politiche macroeconomiche seguite e dalle capacità redistributive delle politiche. Va sostenuta la domanda, mentre molto meno utili sono le politiche dell’offerta.

Fenomeni di questa portata non si possono facilmente affronta­re a livello nazionale. Tuttavia la politica economica non deve più considerare queste forze come esogene e immodificabili, ma deve cercare di indirizzarle in modo da favorire il prevalere di soluzioni virtuose. Seguendo i suggerimenti di Anthony Atkinson, si dovreb­bero immaginare strategie pubbliche di indirizzo e controllo delle attività innovative incentivando quelle che favoriscono la crescita occupazionale e contrastando quelle che possono dar luogo a circoli viziosi salari-occupazione-diritti. Occorre modificare i sistemi fisca­li e introdurre forme di imposizione che estraggano parte di questi immensi extraprofitti a fini di redistribuzione e finanziamento del welfare. Negli accordi internazionali per il libero scambio andrebbe­ro inserite clausole relative a standard sulle condizioni occupazionali delle controparti e sull’intensità dell’utilizzazione di fonti energeti­che fossili come presupposto per non imporre dazi sulle importazio­ni. Non andrebbe esclusa una riduzione generalizzata degli orari di lavoro, e infine ai sindacati andrebbe riconosciuto un ruolo attivo nella gestione dell’intero processo. Quanto alle politiche del lavoro a più breve termine, andrebbero esclusi interventi come quelli posti in essere in Italia negli ultimi anni. Per favorire la scelta delle imprese verso contratti stabili anziché verso quelli atipici sarebbe utile elimi­nare le forme contrattuali più precarie e rendere i contratti a termine più costosi di quelli a tempo indeterminato. Inoltre, gli straordinari dovrebbero costare di più e non di meno delle ore contrattuali or­dinarie, come avviene negli altri paesi, anche al fine di incentivare l’aumento dell’occupazione stabile. Lo Stato dovrebbe poi riprendere il suo ruolo di soggetto attivo nel mercato del lavoro ricordando che in Italia il costo di un nuovo dipendente pubblico sarebbe risultato di circa la metà di quello di un nuovo occupato assunto solo in virtù degli sgravi contributivi e fiscali previsti.

L’ultima questione di rilevante importanza riguarda il welfare e le tasse. Le posizioni della destra sono a questo proposito molto chiare. Basta guardare il programma di Trump, che prevede una fortissima riduzione delle imposte per i contribuenti più ricchi e per le impre­se, insieme al drastico ridimensionamento della riforma sanitaria di Obama e a una privatizzazione della scuola pubblica tramite un sistema di voucher. La stessa ispirazione presenta una recente pro­posta dell’Istituto Bruno Leoni. Il collegamento tra welfare e risorse per il suo finanziamento appare del tutto evidente. Perché di questo si tratta: se si vogliono ridurre le tasse, occorre ridurre la spesa, e nei paesi occidentali la quota più rilevante della spesa pubblica è quella destinata alla previdenza, alla sanità, all’assistenza, all’educazione. Attaccare la tassazione elevata significa porre nell’obiettivo il sistema di welfare che è stato, ed è tuttora, il principale elemento di coesione e di redistribuzione delle nostre società.

Le tasse accompagnano l’intera storia dell’umanità. Esse sono necessa­rie per il finanziamento della spesa pubblica, ma di troppe tasse si può morire. Per molti secoli le tasse sono state impopolari, anche perché esse erano utilizzate come uno strumento di sopraffazione, di sfrutta­mento dei ceti popolari da parte delle classi dominanti per finanziare guerre, grandi opere, vite opulente ecc. Ma a partire dall’affermarsi della democrazia e della costruzione dei sistemi di welfare esse hanno assunto una nuova funzione e goduto di una diversa percezione. In­fatti sono diventate lo strumento con cui la grande maggioranza della popolazione costringe i ricchi a contribuire a una spesa pubblica che va prevalentemente a beneficio dei ceti meno abbienti. L’impopolarità del prelievo si è quindi capovolta: nel dibattito odierno la questione fiscale rappresenta di fatto una discriminante ideologica di fondo tra destra e sinistra, liberali e socialisti, liberisti e keynesiani, capitalisti e sindacati. Tra chi vuole ridimensionare la spesa pubblica e chi vuole invece difendere i sistemi di welfare.

Tutto ciò è abbastanza evidente, eppure la sinistra si è fatta spesso coinvolgere nella generica polemica contro le tasse, e partecipa al dibattito con imbarazzo e complessi di colpa ingiustificabili. Forse l’affermazione di Padoa Schioppa “le tasse sono bellissime” era un po’ esagerata, ma centrava in pieno la materia del contendere.[1]

 

 

 

[1] Queste note riprendono alcune riflessioni sullo stato attuale e le prospettive della sinistra a livello internazionale e in riferimento alla situazione italiana elaborate e presentate in occasione dell’iniziativa programmatica di Articolo 1 - Movimento democratico e progressista svoltasi a Milano il 20 maggio 2017.  

 

 

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