Covid-19: Prestiti alle imprese nel collo di bottiglia della burocrazia e di un credito con tanti banchieri e pochi bancari

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Aprile 2020

Di Luciano Cerasa                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                         

Il tentativo del governo di immettere ossigeno nel sistema produttivo per coprire la voragine aperta dal lockdown nelle casse già traballanti di molte imprese si sta esaurendo nel  collo di bottiglia della burocrazia bancaria e statale.

Il decreto Liquidità mette a disposizione a questo scopo 400 miliardi di euro, suddivisi in 200 miliardi di garanzie sui prestiti e altri 200 per l’export che si sommano ai 350 già stanziati.

Nel decreto sono stati riservati 30 miliardi per permettere l’erogazione di prestiti bancari alle partite Iva e alle Pmi fino a 25mila euro, con garanzia statale al 100%. L’accesso alla garanzia rilasciata da Sace è gratuita, ma a condizione che le imprese abbiano esaurito l’utilizzo del credito rilasciato dal Fondo centrale di garanzia della Pmi. Il fondo è stato rifinanziato per l’occasione fino a 7 miliardi euro, con una capacità di generale liquidità pari a 100 miliardi. Sono cifre importanti.  Il problema principale sono i tempi di erogazione, che per assolvere la funzione di gettare una ciambella di salvataggio a chi annaspa devono essere necessariamente rapidi.

Un documento della task force costituita per l'attuazione dei provvedimenti di supporto alla liquidità informa che sono circa 20mila le piccole e medie imprese che hanno richiesto un prestito appoggiandosi al fondo di garanzia per le Pmi. Inoltre, allo scorso 17 aprile, sono state presentate anche 1,3 milioni di domande di moratorie sui prestiti.

Secondo quanto emerso da una rilevazione statistica condotta dalla Banca d'Italia che riguarda sia le misure adottate dall'esecutivo con il Cura Italia, sia quelle introdotte con il decreto Liquidità, le moratorie sui prestiti avevano riguardato finanziamenti per oltre 140 miliardi. Un altro studio promosso dall'Associazione bancaria italiana (Abi), sui dati raccolti allo scorso 3 aprile, aveva registrato circa 600mila domande su prestiti per 75 miliardi di euro. Oltre la metà delle domande arriva dalle imprese, per un valore di circa 101 miliardi. Le richieste di prestito avanzate dalle famiglie riguardano invece finanziamenti per 36 miliardi di euro.

L’Abi aveva improvvidamente assicurato al governo in un primo momento l’erogazione dei prestiti in 24 ore. Tuttavia l’esiguità delle risorse umane da mettere in campo, confrontato con il volume del numero delle domande suggerisce tempi ben più lunghi, come ci confermano i primi riscontri rilevati presso gli istituti bancari, che in questo periodo di lockdown hanno girato al minimo.

La normativa non prevede erogazioni a pioggia ma richiede l’applicazione di poche ma precise griglie, come il tetto massimo del prestito concesso che non può superare il 25% del fatturato, o che non si possa utilizzare il finanziamento per rientrare di un eventuale scoperto. Inoltre la pratica istruita non riceve il via libera fino a che la banca non ottiene il consenso del Fondo di garanzia, questo per essere sicuri che gli stanziamenti della copertura dello Stato non siano già stati impegnati e esauriti.  Le istruttorie devono quindi essere lavorate “a mano” e si aggiungono alle decine di migliaia di sospensioni del mutuo che ogni istituto ha ricevuto in questi giorni.

Tutto questo volume di lavoro imprevisto e straordinario impatta su una politica delle risorse umane nel settore bancario che è andata in questi anni nella direzione opposta, con una robusta cura dimagrante del personale.

Dall'inizio del 2019, in tutto il mondo sono una cinquantina i gruppi bancari che hanno annunciato riduzioni del personale per un numero complessivo di 77.780 posti di lavoro in meno. Il più alto dal 2015, quando furono cancellati 91.448 impieghi. L’82% dei licenziamenti mondiali è stato registrato in Europa e in particolare in Italia. Solo Unicredit ha annunciato un taglio di 8mila persone entro il 2023. 

Davanti a questo quadro disastroso per il futuro della programmazione economica, per le imprese, le famiglie e l’occupazione, ci si chiede se i finanziamenti bancari e gli sconti fiscali, che in passato hanno anche loro dato pessima prova nella capacità di stimolo all’economia, siano oggi le sole strade, efficienti e rapide, per incentivare ripresa e sviluppo. Oppure se non ci si debba impegnare, con un moltiplicatore sul Pil assai più favorevole, anche in un massiccio programma di investimenti pubblici e di assunzioni: negli enti locali e statali, nella sanità, nell’istruzione, nei trasporti, nella protezione civile e ambientale, tanto per elencare alcuni settori strategici. In Italia non c’è che l’imbarazzo della scelta.

 

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