All'incapacità dello Stato di riscuotere i propri crediti non si può più rispondere con i condoni

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Marzo 2021

La riscossione coattiva delle imposte langue. La normativa offre una spessa cortina fumogena che favorisce la fuga da un’amministrazione finanziaria lenta e con  le armi spuntate, con il risultato che sia chi ha i soldi, sia chi non li ha, alla fine non paga.

C'è sempre qualcosa di nuovo nel fisco italiano, anzi d'antico. Come nell'annuncio di un nuovo condono fatto dal presidente del Consiglio nella sua prima conferenza stampa. Che parte da una presa d'atto che ha il sapore amaro dell'ennesima resa dello Stato: la macchina della riscossione non riesce a stare dietro alle cartelle emesse dall'Agenzia delle Entrate, dall’Inps, dall’Inail, dagli enti locali. E non da adesso ma da almeno da vent'anni.

E’ il 6 aprile 2017.  La sesta Commissione Finanze della Camera dei deputati ascolta in audizione la relazione dell’allora amministratore delegato di Equitalia, Ernesto Maria Ruffini.  “A oggi - spiega l’Ad dell’ente di riscossione - sono circa 21 milioni i contribuenti che risultano avere debiti a vario titolo con gli enti creditori (…) Il carico contabile residuo, affidato dai diversi enti creditori nel periodo primo gennaio 2000 – 31 dicembre 2016, ammonta a 817 miliardi di euro”. Oltre il 43% segnalava già allora Ruffini, difficilmente recuperabile.

Equitalia Spa, società a totale controllo pubblico (51% all’Agenzia delle Entrate, 49% all’Inps) aveva ereditato dall’ottobre 2006 il compito di occuparsi della riscossione dei tributi su tutto il territorio nazionale, Sicilia esclusa, da 39 esattori privati, in prevalenza banche.  Nel periodo 2000-2005 le società concessionarie private avevano incassato in media ogni anno circa 2,9 miliardi di euro. Con Equitalia la cifra è salita a 7,8 miliardi di euro fino a toccare nel 2016 gli 8,7 miliardi di euro, ma a fronte di 3 miliardi e 209 milioni di passivo di bilancio (nonostante un aggio che ha oscillato negli anni tra l’8 e il 6%) e un carico di 7600 dipendenti.

L’audizione di Ruffini, che diventerà pochi mesi dopo direttore dell’Agenzia delle Entrate, rappresenta una sorta di verbale di liquidazione di Equitalia e il simbolico passaggio delle chiavi delle casse della riscossione a un nuovo ente economico. Tuttavia il vecchio ente di riscossione chiuderà in bellezza. Il 21 aprile successivo infatti sarà l’ultimo giorno utile per aderire alla rottamazione Equitalia, ossia l’ennesima definizione agevolata delle cartelle esattoriali che permetteva di mettersi in regola pagando le imposte non versate senza sanzioni e interessi di mora.

Senza che nessuno nel gruppo Equitalia sia costretto a cambiare scrivania, nasce così il primo luglio 2017 su iniziativa del governo Gentiloni,  l’agenzia delle entrate-Riscossione, ente strumentale dell’Agenzia delle Entrate.

 

E veniamo ai giorni nostri. "Al 31 dicembre 2020 il magazzino complessivo dei crediti affidati dagli enti creditori all'Agenzia delle Entrate-Riscossione dal 2000 al 2020 ormai ha raggiunto circa 1.000 miliardi di crediti non riscossi, accumulati nel corso di 20 anni, il che è un'anomalia e sono riferiti in gran parte a soggetti che non sono in grado di sostenere la riscossione", ha ripetuto a Telefisco il direttore Ruffini. Conclusione; in tre anni presso la “nuova” Agenzia si sono accumulati altri duecento miliardi di crediti, in maggioranza non esigibili. Per la verità questa cifra roboante è concentrata su circa il 20% delle situazioni debitorie, fa osservare la Corte dei Conti nel suo Rendiconto annuale. Basterebbe selezionare gli obiettivi e focalizzare anche gli sforzi per ottenere risultati migliori. Ma è l’intero sistema che congiura contro il povero agente della riscossione. E prima di tutto il tempo. La prima comunicazione di irregolarità dal fisco al contribuente arriva almeno dopo tre anni. Se non si paga, come avviene spesso, si procede all’iscrizione a ruolo. Per la notifica della cartella passa un altro anno e intanto molte attività, soprattutto commerciali, sono svanite insieme ai debiti fiscali e agli incassi Iva. Trascorsi i termini di legge inizia la ricerca dei beni da aggredire sulle banche dati, ma non tutto è pignorabile, come l’abitazione principale e le automobili non intestate e in leasing. Le altre al massimo rischiano un fermo amministrativo. Finito questo giro il nostro bravo e volenteroso agente del fisco può tentare il pignoramento verso terzi, cioè canoni e stipendi. Sulle pensioni si può fare ben poco. Per trattenere una parte dello stipendio si deve presentare al sostituto d’imposta e prelevare, ma solo un quinto. L’attività di riscossione può funzionare molto di più nei confronti di qualcuno che ha un grosso patrimonio e molte fonti reddituali, un soggetto del tutto ideale, per il nostro funzionario delle Entrate. Ma se sei socio, come una parte sempre maggiore di operatori, di una società a responsabilità limitata, agli occhi del fisco ti trasformi per legge in una persona fisica che non ha niente di intestato e gode al massimo di un reddituccio di sopravvivenza. La rincorsa all’ambito status di “socio di capitali” è confermato dai trend degli ultimi anni registrati all’anagrafe delle imprese. Secondo i dati dell’Anagrafe Tributaria, il numero di imprese individuali è diminuito da 3,7 milioni nell’anno 1993 a 1,6 nel 2017, mentre il numero delle società di capitali è costantemente salito, passando da 626 mila nel 1993 a 1,2 milioni nel 2017, di cui l’89,1 per cento erano Srl. Le ultime rilevazioni ci dicono che l’aggregato delle srl ha ormai superato 1,7 milioni di soggetti a fronte di 3,1 milioni di imprese individuali (a loro volta, in buona parte in regime forfetario).

Si deve concludere che gli unici che hanno una visibilità fiscale sono i dipendenti e che nella catena dei possibili creditori lo stato è l’anello più debole. La minaccia della sanzione pecuniaria, come sottolineano gli esperti della Corte dei Conti, evidentemente non funziona. Meglio puntare all’applicazione di sanzioni accessorie, come la chiusura dell’esercizio commerciale e l’interdizione degli amministratori delle società, anche se difficilmente applicabili per il gran numero di segnalazioni alle Camere di commercio e alle banche da effettuare per renderle veramente efficaci.

Mario Draghi ha annunciato di voler mettere mano al meccanismo inceppato della riscossione nei prossimi 60 giorni: probabilmente troppo pochi se non si vuole limitare a fissare una prescrizione periodica delle cartelle esattoriali inesigibili, rendendo così il condono perpetuo.

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